Il film tratto dal celebre romanzo di Alexander Dumas che ho avuto modo di leggere in occasione della maturità, esplora temi come l’amore, il sacrificio personale e le restrizioni imposte dalla società, mantenendo lo spirito drammatico e romantico della storia originale. Ma al contempo si discosta molto dall’omonima miniserie diretta da Ludovico Gasparini nel 2005.

Essendo una trasposizione cinematografica di uno dei romanzi cardini della letteratura francese, trovo d’obbligo mettere in evidenza gli elementi aderenti all’opera orginale e gli elementi che da essa si discostano o sono stati omessi.

Primo tra tutti è evidente quanto rispetto alla trasposizione, il romanzo offra una maggiore profondità nei personaggi, permettendo ai lettori di conoscere più a fondo le loro motivazioni, le relazioni e gli sviluppi emotivi. In secondo luogo, a mio parere, nel libro vengono descritte più dettagliatamente la vita di Marguerite come cortigiana, i suoi rapporti con altri personaggi e la complessità del suo ambiente sociale.

­Per ultimo, in questo caso a favore del film, sono rimasta colpita di come il regista Mauro Bolognini, è riuscito a raccontare la vita di una donna senza incentrarla su un’amore impossibile verso un uomo. A mio parere infatti nel libro  la trama centrale è l’amore impossibile ostacolato dalle convenzioni sociali e dai pregiudizi dell’epoca, mentre nel film questa tematica viene trattata solo quando la figura di Alphonsine Plessis (successivamente rinominata Marguerite) è già ben definita da un punto di vista sociale ed emotivo: cosa che invece la miniserie sopra citata riprende in pieno.

Ma ciò che mi ha fatto riflettere più di tutti è come nel film è stato affrontato il tema dell’affermazione di una donna in una società così restrittiva. Marguerite infatti è dipinta come una figura complessa, desiderosa di amore e libertà, ma costretta a conformarsi alle aspettative sociali imposte dal suo ruolo di cortigiana, pur di affermarsi. La sua lotta contro il proprio cuore  nonostante le pressioni esterne riflette una determinazione e una ribellione silenziosa, ma potente. Tuttavia, mentre il film riesce a evidenziare le sfide e le tensioni che una donna come Marguerite deve affrontare, non approfondisce abbastanza il tema dell’affermazione femminile nella sua interezza.

Il contesto sociale e le pressioni della società del 1800 sono rappresentati in modo abbastanza chiaro nel film, un risultato agevolato dallo straordinario lavoro fatto sui costumi. Tipici dell’epoca vittoriana, con gonne ampie e corsetti stretti, questi abiti enfatizzavano la modestia e l’eleganza, riflettendo le norme sociali rigide e le aspettative di comportamento delle donne. Ma sebbene questi possano apparire affascinanti e raffinati, erano spesso estremamente limitativi nel movimento, incidendo anche sulla libertà d’espressione.

Infine trovo interessante riflettere sulla motivazione del soprannome dato a Marguerite,  “Signora delle Camelie” esso riflette la bellezza e l’eleganza della camelia stessa e quindi di Marguerite, ma al contempo riflette una caratteristica fondamentale del fiore: ovvero la resistenza. Le camelie infatti possono durare a lungo una volta recise, proprio come Marguerite. Essa infatti nonostante la continua lotta contro la tisi e la corsa verso l’affermazione che l’hanno consumata, ha mantenuto il suo fascino fino alla morte.