Un tram che si chiama desiderio è un film che analizza perfettamente la complessità delle relazioni umane toccando diversi temi: dalla violenza domestica, alle disparità tra classi sociali. Due temi tanto difficili quanto fragili da affrontare, raccontati rispettivamente dalla figura di Stanley, macho polacco che incarna la passione e la brutalità nei confronti della moglie Stella; e Blanche DuBuois, sua sorella borghese decaduta in miseria e alla disperata ricerca di un’identità sociale. La tensione tra questi due mondi contrastanti esplode a causa della convivenza forzata tra i due, durante la quale Blanche si ostina a sostenere la maschera da perfetta borghese del sud, che Stanley non riesce a tollerare.
In questo clima l’atmosfera claustrofobica e intensa della storia, mi ha portata a immergermi completamente nell’angosciante mondo emotivo dei personaggi. Ma ciò che mi ha colpita di più dell’intera trama è il ruolo di Stella, sorella e moglie dei due protagonisti. Essa incarna l’ago della bilancia tra i due, ma spesso si ritrova vittima della brutalità del marito al quale si fa oggetto e madre, desiderante e mai autenticamente desiderata.
In lei rivedo perfettamente l’idea trascritta nel Norwegian Wood di Haruki Murakami, il quale descrive le relazioni caratterizzate da una dipendenza affettiva profonda, evidenziando come questa dipendenza possa plasmare le vite e influenzare le scelte dei personaggi. In esso Murakami dipinge un quadro struggente e profondo delle relazioni umane, rivelando le sfumature della gioventù e le difficoltà di navigare tra desideri contrastanti, rimpianti e responsabilità emotive. Infatti Stella in presenza del marito, sembra quasi dimenticarsi della condizione mentale in cui si trova la sorella e spesso le sue decisioni sono frutto dell’istinto e della passione che la spinge nelle braccia di Stanley. Una donna intrappolata in un ciclo emotivo incapace di liberarsi per seguire le proprie volontà. Una condizione più che attuale ma che allo stesso tempo dovrebbe far riflettere più di ogni altra tematica affrontata nella storia.
Oggigiorno infatti migliaia di donne sono disposte a tollerare forme di violenza emotiva o fisica nell’illusione di sentirsi amate o accettate: annullando la loro identità sociale e portando spesso l’uomo a compiere atti brutali nei loro confronti. Ciò sicuramente risiede nell’educazione e nelle tradizioni maschiliste in cui la donna è sempre stata considerata inferiore all’uomo, e di conseguenza vittima di quella che oggi chiamiamo violenza di genere.
Ma ciò che personalmente considero sbagliato è ghettizzare la violenza stessa nominandola ‘‘di genere’’: poiché è vero che la figura della donna è molto più frequentemente sovrastata da quella dell’uomo, ma la violenza fisica o emotiva che sia, rimane pur sempre violenza e classificandola di genere rischiamo di fare due pesi e due misure. Così dicendo spezzo una lancia nei confronti degli uomini che vivono una dipendenza affettiva e non hanno gli strumenti per affrontarla. Ma il problema è molto più profondo e risiede nell’educazione della gestione dei rapporti emotivi, una base educativa che mancava ai tempi di Stella e Stanley e che ancora oggi nel 2023 non è adeguatamente presa in considerazione.
